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EUROPA

Il Ticino e il doppio volto della libera circolazione

Corriere del Ticino - L'opinione 

 

Karin Valenzano Rossi, candidata PLRT al Consiglio nazionale

 

Le relazioni fra la Svizzera e l’Unione europea sono al centro del dibattito da ormai trent’anni. Dopo il no allo Spazio economico europeo, la Svizzera ha scelto la via degli accordi bilaterali per accedere al mercato europeo e rafforzare la cooperazione nel campo della ricerca e della sicurezza.

 

La libera circolazione delle persone è il principale nodo da sciogliere per assicurare la stabilità del nostro Paese. Da un lato è una risorsa necessaria per far funzionare la nostra economia, in particolare nei settori in cui scarseggia la manodopera residente, come l’industria, la sanità, l’edilizia e la ristorazione. Dall’altro lato, però, rappresenta un rischio e finanche un ostacolo, perché il profilo dei lavoratori provenienti dall’UE è mutato negli anni con un aumento significativo nel settore dei servizi in posizioni di responsabilità, come nel settore fiduciario, bancario e universitario. 

 

In Ticino percepiamo in modo netto questo cambiamento e questa minaccia. L’andamento economico influenza pesantemente l’afflusso di manodopera. Dall’entrata in vigore dell’accordo nel 2002 l’immigrazione dei cittadini UE e dell’Associazione europeo di libero scambio è aumentata con un saldo migratorio netto compreso fra le 20.000 e le 75 .000 persone all’anno. Alla fine del 2002 la Svizzera contava 163.000 frontalieri. A fine giugno 2019 ne contava 322.838. In Ticino è stato raggiunto un nuovo record con 66.316 frontalieri (28% della popolazione attiva). 

 

Questo nuovo picco ha dato il fuoco alle polveri al blocco di sinistra, che mette sul banco degli accusati le aziende e chiede salari minimi per tutti, e il blocco Lega/UDC, che chiede la fine della libera circolazione delle persone. In questo clima assordante da stadio, che non lascia spazio al necessario compromesso politico, c’è spazio per un cambio di prospettiva che analizza le misure di protezione già esistenti per individuare nuove possibili soluzioni a un problema strutturale legato alle forti differenze economiche fra Svizzera, Ticino e Italia del nord.


Un primo strumento di contenimento del dumping salariale è costituito dalle misure d’accompagnamento: dall’obbligo di notifica dei posti di lavoro nei settori con un’elevata disoccupazione, ai contratti collettivi e ai contratti normali obbligatori. In Ticino contiamo 9 contratti collettivi di lavoro e ben 19 contratti normali che prevedono salari minimi nei più disparati settori: dagli impiegati fiduciari agli operatori dei call center. 

Queste misure di protezione dei salari possono rivelarsi tuttavia un’arma a doppio taglio, poiché i salari minimi garantiti aumentano l’attrattiva per la manodopera frontaliera e rischiano di rendere ancor meno attrattivo il lavoro per i residenti. Esse intervengono inoltre a scoppio ritardato sul mercato del lavoro. È un po’ come voler spegnere un incendio portando l’acqua con le mani. 

 

Dobbiamo avere il coraggio di chiederci se dobbiamo ricorrere a rimedi estremi per ridurre le distorsioni economiche nella zona di confine. Dobbiamo ricorrere a misure obbligatorie che spingono i frontalieri a contribuire all’economia locale attraverso l’acquisto di beni e servizi in Ticino? Certo, queste misure mal si conciliano con lo spirito liberale d’apertura al mercato.

 

Il vero dilemma, che dobbiamo avere il coraggio di affrontare, è un altro: libera circolazione delle persone, sì o no? La votazione sull’iniziativa popolare per la limitazione, che mira ad abolire la libera circolazione delle persone, ci porterà alle urne nel 2020 a sciogliere questo nodo: vogliamo mantenere la libera circolazione, accompagnata dalle misure di protezione dei salari oppure ritornare a un sistema di gestione della manodopera basato sui contingenti e un controllo preliminare delle condizioni salariali?

 

Il Consiglio federale deve prendere sul serio le preoccupazioni e le paure della popolazione legate alla concorrenza sul mercato del lavoro, specialmente in una zona di frontiera, come il Ticino, così vicino alla Lombardia e così lontano da Berna. Le misure d’accompagnamento devono essere rafforzate e applicate in modo capillare. Il sistema d’imposizione dei frontalieri deve essere cambiato per ridurre l’attrattiva fiscale del lavoro in Ticino. Ulteriori correttivi per le zone particolarmente sotto pressione devono essere introdotti. Sono convinta che solo in questo modo potremo percorrere una via di accordi bilaterali giusti.

 

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Karin Valenzano Rossi - Candidata per il Consiglio nazionale Partito liberale radicale - Sezione di Lugano

Karin Valenzano Rossi
Capogruppo PLR CC Lugano

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